FEDERALISMO FISCALE – Da Venezia una prospettiva per l’Italia
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A cura del
Delegato del Sindaco al Federalismo fiscale
dott. Maurizio Baratello
IL FEDERALISMO: analisi, ricerche e proposte
Se è vero che il Federalismo è un “foedus”, un’alleanza tra soggetti diversi
laddove comune è l’intento di riorganizzare un qualcosa che si chiama “Stato”, è
pur vero, che questa alleanza deve essere vera, consapevole di ciò che si
prefigge raggiungere e cambiare, neutra da spinte politiche di parte, per non
inficiare le identità su cui poggia l’idea guida della riforma dello Stato
centrale.
Fiumi di parole, hanno attraversato l’argomento del Federalismo, focalizzandolo
sulla riforma del titolo V della Costituzione ed elaborando ipotesi di
cambiamento basate più sull’informatizzazione dell’ente territoriale, piuttosto
che affrontare una radicale riforma di cambiamento.
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Le famiglie e la crisi: peggiora la liquidità, diminuiscono i consumi. Quali prospettive? Proposte
Con un report dell’8 aprile 2010, l’Istat illustra la situazione economica delle famiglie italiane.
Nell’analisi fa una distinzione del settore delle famiglie, suddividendole in “famiglie consumatrici, famiglie produttrici (imprese individuali, società semplici fino a cinque addetti e liberi professionisti) e le istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie”.
Ne consegue che i dati sul risparmio e sul reddito disponibile lordo delle famiglie, sono alterati dai risultati economici delle piccole imprese mentre la spesa per consumi finali delle famiglie include anche i beni e servizi offerti, gratuitamente o a prezzi non significativi, dalle istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie.
Per ciò che attiene al settore delle società non finanziarie, comprende tutte “le società di persone e di capitale e le imprese individuali con oltre 5 addetti che svolgono la loro attività nei settori diversi da quelli finanziari”.
Si deve tener presente che gli Istituti di Crediti in generale, ma in questo periodo in particolare, sono all’affannosa ricerca di clientela che abbia risorse finanziarie disponibili e quindi sono fortemente attratte dalle operazioni di raccolta piuttosto che colloquiare con un mercato, con una piccola impresa in forte tensione.
Infatti, il settore attualmente fortemente colpito dal sistema bancario è quello immobiliare quando, invece, dovrebbe renderlo più governato, più ragionato, più credibile. Favorire il settore dell’edilizia si incentivano anche gli investimenti familiari.
Se la disamina economica generale mette in evidenza che i precari e i lavoratori a tempo determinato presentano stanno aumentando, è dovere di tutti cercare di arginare una simile situazione, possibilmente capovolgendola.
Se il mercato dell’edilizia si struttura per realizzare attività produttive, tese a garantire nuovi livelli occupazionali, abbiamo il dovere di favorire il nuovo start up, considerando che per alcune zone ci sono incentivi/aiuti europei in conto capitale pari al 40% dei costi di realizzo dell’opera, a fronte di un protocollo d’intesa con il governo su garanzie occupazionali.
Se il mercato dell’edilizia si occupa della realizzazione di nuova residenza a prezzi calmierati, abbiamo l’obbligo di incentivarla, anche con l’intervento pubblico a titolo di impegno, attraverso lo strumento pianificatorio di ammortamenti finanziari a lungo periodo tali, da non produrre tensioni di liquidità familiare.
Crisi continua: i dati non sono un contradditorio ma una contraddizione
Il 23 luglio, l’Istat ha pubblicato i dati sulle vendite in Italia.
Sarà anche un dato parziale, maggio 2010 sul corrispondente dato 2009, ma a me preoccupa e non poco. Soprattutto se lo confrontiamo con i risultati degli stress test, resi noti, lo stesso giorno, dove si rileva che il nostro sistema bancario e un sistema che regge bene la crisi, ha liquidità, è patrimonializzato. Insomma, la crisi c’è ma, secondo i nostri valutatori può essere affrontata in modo autorevole. Quasi in “pompa magna”.
Se questo è il quadro, allora perché preoccuparsi tanto? Andiamo per punti.
La disoccupazione aumenta e non solo nel nostro Paese. Il nostro dato, tra l’altro, è fortemente mitigato alla Cassa Integrazione, ma è un dato elevato. Come è stato rilevato dall’Ocse, nell’ultimo anno, la disoccupazione è cresciuta di 17 milioni di unità. L’incidenza maggiore è sui giovani, nella fascia di età tra i 16 e i 30 anni, e le ricadute, come sempre, sui più deboli.
Come è stato osservato dall’Istat, nel primo trimestre 2010, il numero degli occupati in Italia è di 22.758.000 unità, con una diminuzione rispetto allo stesso periodo 2009, dello 0,9% pari 208.000 unità. Il dato sulla riduzione di occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato viene mitigato dal dato che l’incremento della disoccupazione si contiene per coloro che hanno un contratto a tempo determinato o per gli occupati ad orario ridotto.
Il tasso di occupazione, fonte Istat primo trimestre 2010, è del 56,6% mentre le persone che cercano lavoro sono 2.273.000 di unità, con un incremento di 291.000 unità pari al 14,7% sullo stesso periodo del 2009. Un altro elemento che ritengo molto importante è che l’aumento della disoccupazione si verifica nel centro-nord e tra le persone che hanno perso il posto di lavoro. Insiste, in controtendenza, un leggero aumento della popolazione “inattiva” ovvero quelle persone che non fanno parte delle forze di lavoro, cioè quelle non classificate come occupate o in cerca di occupazione e che riguardano essenzialmente la fascia di soggetti stranieri, laddove si riscontra un incremento di 85.000 unità.
LE BANCHE DEVONO FAVORIRE L’ACCESSO AL CREDITO ALLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE
Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, all’assemblea dell’A.B.I. dell’11 luglio 2010, ha eseguito delle considerazioni economiche e finanziarie, di merito, che cercherò di sintetizzare, fornendo anche un mio contributo, ad un quadro generale della crisi attuale, che colpisce il mondo in modo differente, così come diversa, anche per tempistica, si sta dimostrando la ripresa anche per il nostro Paese.
L’economia mondiale presenta una crescita disomogenea che il Fondo Monetario Internazionale stima, per il 2010 e 2011, in egual misura, sul 4,5% di cui una parametrazione tra l’8-10% a favore dei Paesi emergenti e all’incirca dell’1% per l’Eurozona. Ed è proprio quest’ultimo dato a preoccupare, in quanto la crescita, che è condotta dall’aumento del commercio internazionale, presenta effetti organici di profonda incertezza sulla domanda interna, alla volatilità dei mercati finanziari dovuta esclusivamente alla loro fragilità di fronte alle incognite rappresentate dai fondi sovrani, alla preoccupazione di fenomeni inflazionistici nelle economie emergenti.
Il nostro Paese, in questa fase, è favorito della positività degli scambi, al punto che, nel Bollettino della Banca d’Italia, per il biennio 2010-2011, si presenta una quantità di esportazioni in aumento rispettivamente del 9% e del 5%, mentre rimangono flebili i consumi e gli investimenti, a causa della mancata crescita dei redditi reali e delle incerte prospettive dei tassi di incremento occupazionale.
E’ evidente che in una simile situazione diventa prioritario, l’avvio di procedure tese a riequilibrare i conti pubblici e la ripresa produrrà positività solo ed esclusivamente se la politica di risanamento aiuterà a diminuire gli spread sui titoli sovrani, che spesso costituiscono il benchmark (ovvero il parametro di riferimento per la valutazione del rischio di un tipo di investimento), per la determinazione del costo del credito da parte delle banche anche perché nei loro bilanci insiste ancora un fondamento di incertezza su investimenti esteri fatti, per mera speculazione, che se non sarà eliminato, le difficoltà di provvista continueranno e con ciò proseguirà l’asfissia di credito alle piccole e medie imprese.
L’OCSE: il dramma lavoro e il caso Italia
L’Ocse diffuso i suoi dati in materia di lavoro con un unico verdetto: la disoccupazione è in crescita al punto tale che, nel primo trimestre 2010, aumenta di 17 milioni di persone. Un dato che diventa ancor più drammatico, come rileva Employmment out look 2010, se si considera che in Paesi come l’Italia c’è un forte ricorso alla Cassa integrazione, che mitiga l’aumento dei disoccupati.
Non solo, il rapporto presentato sull’occupazione 2010, prevede che la ripresa dell’attività economica, non porterà ad una creazione significativa di posti di lavoro, nel breve periodo in quanto, secondo l’Ocse, il tasso di disoccupazione rimarrà pressoché invariato fino alla fine del 2011. Inoltre la ripresa dell’attività economica non porterà probabilmente a una creazione significativa di occupazione nel breve periodo: infatti, le proiezioni OCSE suggeriscono che la disoccupazione rimarrà pressoché costante sino alla fine del 2011. Inoltre la ripresa dell’attività economica non porterà probabilmente a una creazione significativa di occupazione nel breve periodo: infatti, le proiezioni OCSE suggeriscono che la disoccupazione rimarrà pressoché costante sino alla fine del 2011. Inoltre la ripresa dell’attività economica non porterà probabilmente a una creazione significativa di occupazione nel breve periodo: infatti, le proiezioni OCSE suggeriscono che la disoccupazione rimarrà pressoché costante sino alla fine del 2011. Inoltre la ripresa dell’attività economica non porterà probabilmente a una creazione significativa di occupazione nel breve periodo: infatti, le proiezioni OCSE suggeriscono che la disoccupazione rimarrà pressoché costante sino alla fine del 2011. Inoltre la ripresa dell’attività economica non porterà probabilmente a una creazione significativa di occupazione nel breve periodo: infatti, le proiezioni OCSE suggeriscono che la disoccupazione rimarrà pressoché costante sino alla fine del 2011. Inoltre la ripresa dell’attività economica non porterà probabilmente a una creazione significativa di occupazione nel breve periodo: infatti, le proiezioni OCSE suggeriscono che la disoccupazione rimarrà pressoché costante sino alla fine del 2011.
In 31 Paesi monitorati con il tasso medio rilevato dell’8,6%, l’Ocse ha constatato come l’Italia con l’8,7% sia il Paese con il punto più alto del dopoguerra. Si pensi che a fine 2007 il tasso di disoccupazione era del 5,8%, ora, nel primo trimestre 2010, è all’8,7%. Tra l’altro l’Agenzia afferma che la diminuzione del tasso degli occupati è di intensità differente nei vari Paesi U.E. al punto che rimane un’incognita, questo dato, in quanto ci sono anche delle differenze più marcate e consistenti di diminuzione del Pil nei vari Paesi comunitari. Ocse, in Italia un giovane su quattro è senza lavoro e tra gli occupati la metà è precaria.
La crisi e le famiglie italiane
L’attitudine al risparmio delle famiglie italiane, che rappresenta la quota di risparmio lordo sul reddito disponibile lordo del nucleo, nel primo trimestre del 2010, è pari al 13,4%, con una flessione dello 0,6% sul trimestre precedente, ed un calo rispetto allo stesso trimestre 2009, dell’1,6%.
Il reddito disponibile delle famiglie, che è l’insieme delle entrate correnti destinato agli impieghi finali (consumo e risparmio), è diminuito dello 0,2% sul trimestre precedente.
La spesa delle famiglie sui consumi finali che rappresenta l’entità delle uscite per l’acquisto di beni e servizi tesi a soddisfare i bisogni individuali, comprendendo anche la spesa per consumi delle istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie, è tornata a crescere dello 0,5%.
In questo quadro d’insieme, si deve rilevare che, rispetto allo stesso trimestre 2009, il reddito disponibile delle famiglie è diminuito del 2,6% mentre la spese familiare si è ridotta dello 0,7%.
Il potere di acquisto delle famiglie che rappresenta il reddito lordo disponibile effettivo del nucleo, ottenuto utilizzando il deflatore della spesa per consumi finali delle famiglie e delle istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie espressa in valori concatenati con anno di riferimento 2000, rispetto al trimestre precedente, è diminuito dello 0,5% mentre si è ridotto, rispetto al primo trimestre 2009, del 2,6%.
IL LAVORO: la ripresa è ancora lontana
Sono stati pubblicati dall’Istat, i dati relativi all’occupazione nel nostro Paese.
E’ obbligo, dal mio puto di vista, effettuare una scomposizione della popolazione, per chiarire, ai lettori, alcune problematiche di merito sui soggetti coinvolti.
Innanzitutto cercherò di spiegare, sinteticamente, alcuni concetti base, affinché la lettura sia piacevole e suggestiva.
Quando si parla di forza lavoro, significa parlare o trattare soggetti occupati e persone in cerca di occupazione. Nelle rilevazioni a campione, così scrive nel glossario l’Istat, la soglia minima di età sono i 15 anni per arrivare ad età largamente superiori che nella settimana di riferimento, hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività lavorativa dietro corrispettivo oppure soggetti che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito, nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente. Non sono presi in considerazione gli assenti dal lavoro ad esempio, per ferie o malattia, salvo che l’assenza non superi i tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione. I soggetti diversi dai dipendenti assenti dal lavoro, ad eccezione dei coadiuvanti familiari, sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi.
Non c’è euroforia per l’Italia e l’Europa: debito pubblico, P.i.l. e pressione fiscale. Dati sconcertanti.
Il 28 giugno 2010 l’Istat ha diffuso alcuni dati di grande interesse. Si tratta di informazioni dettagliate sui conti economici e i principali aggregati annuali del settore delle Amministrazioni pubbliche.
Gli effetti della crisi sulle finanze pubbliche, già presenti nel 2008, si sono dimostrati dirompenti nel 2009, con una diminuzione delle entrate, un aumento delle spese ed un peggioramento dell’andamento dei conti pubblici.
Nel nostro Paese, le proiezioni inerenti al consolidato 2009 della Pubblica Amministrazione, mettono in luce un peggioramento dell’indebitamento netto in rapporto al Pil, che passa da -42,575 miliardi di euro del 2008, a -80,800 miliardi di euro del 2009, con un indice che rasenta il raddoppio, passando da -2,7 a -5,3. In base ai dati presentati, l’indebitamento subisce un incremento di euro 38,225 miliardi sul 2008.
Lo Stato e il sistema previdenziale. Parametri e riferimenti
L’11 giugno l’ISTAT ha diffuso i dati relativi ai trattamenti pensionistici e beneficiari al 31 dicembre 2008.
Ne emerge un quadro allarmante che di seguito, cercheremo di riepilogare.
Innanzitutto si rileva che nel periodo considerato, sono state erogate 23,8 milioni di prestazioni pensionistiche previdenziali e assistenziali, per un importo complessivo è di 241,109 miliardi di Euro, pari al 15,38% del prodotto interno lordo, (+0,31 punti percentuali rispetto al valore dell’indicatore calcolato per il 2007), con un aumento del 3,5% sul 2007 ed un importo medio annuo di 10.129,00 Euro.
Si deve tener conto che il PIL italiano è di 1.567 miliardi di Euro.
La nostra economia soffre: aumentano le procedure fallimentari
Dalle relazioni industriali emerge, in modo sempre più marcato che, la situazione economica nel Paese, ed in particolare in alcune aree precedentemente espansive, si sta ulteriormente appesantendo.
Se si esaminano i dati del mese di settembre 2009, le procedure fallimentari e le richieste di concordato preventivo sono in crescita vertiginosa.
E’ quanto emerge anche nella pubblicazione di febbraio 2010, di Cerved Group S.p.a., osservatorio della crisi di impresa che, per il quarto trimestre 2009, accerta l’apertura di quasi 2900 procedure fallimentari, un parametro che segna un incremento del 15% rapportato allo stesso trimestre del 2008, che a sua volta aveva fatto registrare un incremento del 43% rispetto al 2007.
I bilanci consuntivi degli enti locali
Il 17 giugno 2010, l’Istat ha pubblicato un elaborato, attingendo dalla banca dati del Ministero dell’Interno, mettendo a disposizione dati inerenti e pertinenti la finanza locale.
Obiettivo dell’Istat è “garantire un’informazione tempestiva sui conti consuntivi delle amministrazioni locali; migliorare le stime di contabilità nazionale per la produzione del conto consolidato della pubblica amministrazione; valutare i flussi finanziari tra livelli di governo e rendere informazioni sull’evoluzione dei processi di decentramento fiscale ed amministrativo”.
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