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  • LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: RIFLESSIONI PER UN’OPPORTUNITA’

    Assistiamo, in particolare in questo periodo, a un forte dibattito sulle metodologie da affrontare la riforma del mercato del lavoro. Sono prioritarie le metodologie o i contenuti oppure tutte due? Penso che le metodologie e i contenuti siano intrecciate e una simile riforma non può prescindere, contrariamente a quanto è successo in un recente passato, dalla concertazione, dal rapporto e dialogo con tutte le parti sociali, ma senza riserve mentali.

    Spesso si sente parlare dell’art. 18 della legge 300/70, meglio conosciuta come “statuto dei lavoratori”, come priorità assoluta da affrontare. E’ un aspetto importante perché si tratta di rivedere “il diritto al reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo”.

    Analizziamo i capisaldi di questa novella, cercando di capire i motivi che sottendono le rigidità del sindacato.

    Il licenziamento illegittimo

    Giuridicamente un licenziamento illegittimo può assumere, in ragione del vizio che invalida il recesso, una natura differente che si distingue in:

    • licenziamento annullabile, quando non è sostenuto da giusta causa e giustificato motivo;
    • licenziamento nullo, quando è ispirato da ragioni discriminatorie (sesso, religione, lingua, razza, opinioni politiche e sindacali) o comunque sostenuto da motivi illeciti ovvero quando è irrogato nei confronti della lavoratrice madre o per causa di matrimonio, al di fuori dei casi in cui è consentito

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    • IL CREDIT CRUNCH E LA CRISI DEL SISTEMA AZIENDA MADE IN ITALY

      Che le banche abbiano avviato una stretta nei loro impieghi, non lo scopriamo adesso e non si dovevano attendere i dati relativi al credito bancario di dicembre 2011.

      Ha fatto bene il governatore di Bankitalia, ieri al convegno di Parma, redarguire il sistema bancario, per l’atteggiamento assunto dai singoli istituti di credito nei confronti delle aziende e delle famiglie, ma mi fa specie che, il massimo esponente lo faccia ora, dopo che molti buoi sono scappati dalla stalla.

      Se il governo sta lavorando con scelte rapide, ponendo solide basi per la crescita, per ridare credibilità internazionale ad un Paese messo all’angolo e sbeffeggiato da chi ha governato in precedenza, pensando ai divertimenti, agli “svaghi”, alle “notti brave” e cercando di risolvere, con colpi di spugna parlamentare, personali beghe giudiziali, se l’esecutivo è seriamente impegnato sulla semplificazione, sulla lotta all’evasione, sulla riforma del mercato del lavoro,  puntando al pareggio di bilancio nel 2013/14, allora il sistema bancario deve fare bene la sua parte, cercando di allocare il credito  con una “acuita capacità selettiva” e impiegare, a favore dell’impresa, l’immensa liquidità messa a disposizione dalla Bce e utilizzata sempre più largamente dalle banche italiane, in primis Unicredit e Intesa Sanpaolo, per “mantenere elevato il finanziamento dell’economia”.

      Nel mese di dicembre 2011, il sistema bancario ha acquisito un altro merito, senza precedenti nella storia d’Italia: un crollo di 20 miliardi di euro, non impiegato a favore delle imprese.

      Al Forex di Parma, il governatore ha ricordato che “bisogna saper fare bene i banchieri, anche quando le cose vanno male”.

      In altre parole, il credito alle imprese che fino a novembre ha subito un notevole rallentamento, ora si è pressoché bloccato, anche se favorito dalla forte volatilità di fine anno. In ogni caso anche a gennaio 2012 persiste questa contrazione del credito, mentre il credito alle famiglie è “solo leggermente diminuito”, tuttavia, in generale, resta “un irrigidimento nelle condizioni di offerta dei prestiti”.

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    • L’ITALIA, L’EUROPA, BONANNI E UN NUOVO PATTO PER L’ITALIA

      Monti non lo ritengo né zio, né un incompetente.

      Il prof. Monti è una delle persone più autorevoli a livello mondiale. E gli spregiativi, i toni usati dal signor Bonanni, francamente, non  mi sono piaciuti.

      Chiedo al segretario generale della Cisl: ma in tutti questi anni, dove è stato? In un altro Paese, alle Bahamas oppure non si è mai posto il problema della crisi mondiale. Caro Bonanni, nato a Bomba in provincia di Chieti, 62 anni di età, diplomato in istituto commerciale, un lungo corso frequentato, nel 1972, presso il “Centro Studi Cisl” di Firenze e un passato da traghettatore filogovernativo, senza distinguere ruoli e competenze, appoggiando a pieno titolo la privatizzazione dell’Alitalia, e intrattenendo, come evidenziato nell’enciclopedia libera Wikipedia, rapporti personali con vari membri il governo di centrodestra in carica, atteggiamento per il quale è stato sottoposto ad aspre critiche e contestazioni”, ebbene, come può ergersi paladino a tutela dei lavoratori e dei più deboli? Ha mai auspicato e/o sollevato e se sì in questi anni, in quali contesti, la risoluzione di problemi di primaria importanza quali la riduzione del debito pubblico, del pareggio di bilancio, della crescita e dell’occupazione, della tassazione delle rendite finanziarie, del sostegno al lavoro e alle imprese, di una riforma fiscale? Ha mai pensato che il più importante investimento al mondo, è sui giovani, sulla ricerca e sulla scuola in generale? Oppure si è perso nei meandri dei salotti televisivi a chiacchierare, parlare, parlare, parlare….mentre il Paese e il sistema economico mondiale era, come lo è attualmente, in preda a una crisi, finanziaria, figlia di una speculazione, e Lei, come altri, ad attendere una sorta di manna, di divina “provvidenza manzoniana” che risolvesse che cosa? Per cortesia, ora un po’ di silenzio e prestate attenzione alle considerazioni di chi, come me, è meno autorevole di altri ma, non per questo, privo di idee e di analisi prospettiche.

      Non voglio spingermi oltre, ma desidero soffermare la mia attenzione su alcuni temi che sono stati oggetto di discussione in questi giorni.

      E’ finito un ciclo, ma deve terminare, in particolare, quella della conflittualità perché, in questo specifico periodo, incrementa la morsa della crisi e mina sistema paese. Ciò non significa accettare manovre inique, ma lavorare assieme, concertare la strada meno indolore per la realizzazione di riforme strutturali.

      Si deve lavorare per colmare il deficit e arrivare al pareggio di bilancio, nel più breve tempo possibile, per rilanciare, nel periodo intermedio, la competitività, la concorrenza, la crescita, i consumi e l’occupazione.

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    • L’ITALIA E LA FORZA DELL’ORGOGLIO, PER NON ARRENDERSI

      “Rigore, equità e sviluppo” sono i principi ispiratori della manovra. Mentre il Consiglio dei Ministri è appena terminato, il Presidente con i suoi collaboratori, illustra i filoni d’intervento dell’assetto generale della manovra.

      E’ la prima volta, nella nostra storia, che un Presidente del Consiglio rinuncia all’indennità di mandato (compenso) nella sua qualità di Presidente e anche di Ministro ad interim dell’Economia.

      Sostiene di voler incidere sul bilancio pubblico, sulla previdenza e sullo sviluppo: lo ha chiamato  ed ha invitato gli italiani a chiamarlo “Decreto Salva Italia”.

      Non si parla di patrimoniale, viene però estesa l’imposta di bollo dell’1,5%, che oggi colpisce solo i conti correnti, a tutti gli strumenti finanziari, ai fondi mobiliari, alle polizze assicurative sulla vita, alle transazioni bancarie. Detta imposta di bollo sarà applicata, una tantum,  anche  a tutti i capitali scudati rientrati in Italia.

      Parla di riequilibrio dei conti, di pareggio di bilancio e di crescita.

      Non dobbiamo arrivare alle contestazioni di piazza greche. Non ce lo possiamo permettere. Una cosa è certa: se si continua così, andremo velocemente in default con le conseguenze che sono alla portata di tutti: trasporti pubblici fermi, stipendi ai pubblici dipendenti bloccati, collegamenti e ferrovie stoppati dalla mancanza di liquidità. Sarà lo sfascio del Paese e per effetto domino dell’europa e conseguentemente del mondo.

      Quindi, evitare il default italiano è la primaria emergenza.

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    • E’ FINITA UN’EPOCA. SERVE UN CURATORE PER TRANQUILLIZZARE I MERCATI

      Auspico che il prof. Mario Monti, diventi il nuovo Presidente del Consiglio e a lui e al suo governo, va il mio più affettuoso augurio per l’arduo compito che sta per assumersi.

      Dopo 17 anni, intervallati da qualche governo di centra-sinistra, si chiude un’epoca, quella di Berlusconi, a capo del Consiglio dei Ministri, che ricordo, con una maggioranza parlamentare talmente solida sia alla Camera che al Senato, da parmettergli di approvare qualsiasi manovra e da adottare tutte le misure, in grado di fronteggiare l’attuale crisi.  Così non è stato ed giusto che si sia dimesso.

      Da oltre un anno, il nostro Paese, nel mondo, è stato al centro non dell’azione politica, ma di fatti e comportamenti che ci hanno relegato ad un angolo, come un pugile “suonato”, privi di credibilità e importanza, con una situazione finanziaria ed economica drammatica.

      Ma già venerdì, alla notizia delle sue possibili dimissioni e  l’ipotesi di assegnazione dell’incarico al prof. Mario Monti, personalità di alto profilo internazionale, di formare un governo di tecnici, supportato da un’ampia base parlamentare di consenso, i mercati hanno reagito molto bene. E daranno una risposta altrettanto positiva, domani, alla riapertura. Poi vedremo se il nuovo esecutivo, sarà all’altezza delle aspettative. Ma molto dipenderà anche dal Parlamento, che dovrà ragionare, perfezionare, contribuire alla ricostruzione, alla rinascita del nostro Paese, anche con scelte impopolari, perché, e la politica lo sa bene, prima devono venire le sorti dell’Italia e poi quelle dei singoli gruppi parlamentari o partiti politici.

      Le parti sociali, tutte, sono avvertite: il momento drammatico lo si affronta e passa, solo con il consenso e a nulla serve la spicciola divisione. Quindi, un passo indietro, per il bene comune.

      I mercati attendono, la crisi incombe, il debito pubblico italiano oltre la soglia dei 1900 miliardi di euro, il PIL leggermente sopra i 1840 miliardi, una crescita leggermente sopra lo zero e  una disoccupazione sempre crescente, mitigata dall’utilizzo della cassa integrazione; una disoccupazione, molto consistente e presente tra i giovani, tale da raggiungere il 30%. Infine la scarsa credibilità istituzionale europea ed internazionale.

      Il federalismo fiscale, tanto decantato, è rimasto lettera morta. Quello demaniale una chimera al punto che lo Stato venderà beni destinati agli enti locali.

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    • Short selling e le distruzioni finanziarie

      Era ora. Le operazioni di Short Selling o Vendita allo scoperto sono state bloccate.

      Il nostro Paese assieme alla Francia, Spagna e Belgio, ha scelto di adottare misure restrittive sulle vendite allo scoperto, accogliendo l’invito/richiesta di Esma, l'autorità dell'Unione Europea per il controllo dei mercati.

      Dai vari Paesi, è emersa la volontà di stabilire una coesa collaborazione, tra le varie authority nazionali.

      Come sempre, quando si affronta un argomento di natura finanziaria, specie in questo periodo, il “mondo” dei pensatori, si divide, nello specifico sulle operazioni di Short Selling, tra chi sostiene che favoriscano la speculazione (in Germania, queste operazioni sono bloccate da oltre un anno in quanto, ritenute “operazioni di finanza distruttiva”) con l’obiettivo di ridimensionare il valore del titolo e incassare, al momento dell’acquisto prospettico, una rigorosa plusvalenza, e chi, invece, sostiene che simili operazioni, abbiano un impatto irrilevante sul mercato. salvo qualche eccezione, come nel 2008, quando, negli USA, a seguito del fallimento della Lehman Brothers, furono adottate misure protettive, in funzione di calmierare le persistenti e pesanti perdite finanziarie di Borsa.

      Una domanda corre d’obbligo: questo blocco può essere esteso a tutte le azioni o solo ed esclusivamente a quella di tipologia finanziaria di titoli o meglio ancora, questa misura protettiva, sarà applicata a tutte le vendite allo scoperto oppure a quelle, dove il preventivo prestito non avviene?

      Per comprendere meglio l’argomento che stiamo trattando, ritengo, opportuno, succintamente spiegarlo.

      Nella compravendita azionaria normale succede che, una qualsiasi persona, acquista un titolo, salvo rivenderlo, successivamente, lucrando, se nel frattempo il prezzo del titolo acquistato sia salito.

      Se un soggetto presuppone l’aumento del valore di un’azione, può comprarla e venderla quando il prezzo sarà salito e quindi ritenuto positivo e ottimale, ottenendo una plusvalenza. Se, viceversa, lo stesso soggetto pensa a una diminuzione del valore della stessa azione, allora la situazione si rende più complessa, poiché deve essere analizzata bene, per capire com’è possibile lucrare, in una situazione, che in prima battuta e paradossalmente, sembra negativa.

      Allora, il soggetto interessato cerca di capire l’alea e la tempistica della procedura, per affrontare una simile operazione. Ecco, allora, che il tutto è assimilato a una scommessa: il soggetto prevede che il prezzo di un’azione scenda, nasce la finta vendita, meglio conosciuta come vendita allo scoperto (short selling), che significa vendere un’azione di cui non si ha la proprietà e quindi che non si possiede, con l’intento di comprarla quando il prezzo sarà più basso. Ma attenzione, perché vendere qualcosa che non si possiede, produce o meglio, genera un rischio potenziale per l’acquirente che riceve, in cambio, una promessa della cosa di cui era intenzionato acquistare.  Qualora il soggetto, acquisti un’azione da un altro soggetto, il venditore di quell’azione sarà liquidato contestualmente la conclusione dell’affare ovvero dopo alcuni giorni dalla transazione svolta.  Viceversa, se il soggetto paga cash e contestualmente diviene detentore delle azioni, non si determina alcun rischio per le parti, ma se il soggetto vende un’azione che non possiede, la conclusione della transazione diventa delicata e complessa, poiché si regola il rapporto finanziario con  l’acquirente dell’azione il quale riceve, in cambio, solo la promessa che diventerà titolare delle azioni in futuro.

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    • UN MONDO NELLE MANI DELLA SPECULAZIONE: RIMANERE “FREDDI”, ATTENTI AI MERCATI E’ D’OBBLIGO. GUAI A NOI CONTRIBUIRE AD ALIMENTARE IL PANICO MA PER L’ITALIA, MENO CARTA MONETA IN CIRCOLAZIONE, MENO SOMMERSO, PIU’ TRANSAZIONI BANCARIE: LE NUOVE REGOLE PER CAMBIARE IL VOLTO AL MERCATO

      Anch’io, come altri, sono rimasto colpito dall’articolo del direttore de “Il Sole 24 Ore” di sabato 30 luglio.

      Certamente non siamo in una fase analoga  al 2008, dove persisteva la fuga dai depositi bancari.

      Se c’è un problema che oggi è sotto “tiro” della speculazione, è l’interbancario.

      A livello mondiale  stiamo assistendo ad una situazione pesante e “l’occhio vigile” si rende più che mai opportuno. A Venezia, la mia città, “l’occhio vigile” è il ponte di Rialto, che si limita ad osservare e controllare il traffico anche di natura commerciale nel Canal Grande, considerando, che nel passato, erano imperanti nel Canal Grande,  tre centri importanti quali il Fondaco dei Tedeschi, dei Persiani e dei Turchi, ma è ben altra cosa dalla vigilanza attuale dell’economia globale.

      L’elemento cardine americano da monitorare costantemente è il Money Market Fund,  ma soprattutto la capacità e la velocità di questi fondi di vendere i titoli sovrani che detengono.

      E loro, i fondi, sono  la parte debole di un sistema finanziario mondiale e la vera ossessione/oppressione di milioni di investitori i quali, se dovessero chiedere la restituzione del capitale investito (i soldi investiti in titoli di Stato), i fondi non sarebbero in grado, se non parzialmente, di fronteggiare tale richiesta, perché hanno fatto provvista, liberandosi (cedendo a terzi soggetti) dei titoli pubblici sovrani dei Paesi deboli economicamente, rendendo il panorama al quanto incerto e precario sotto il profilo del rating ma anche del default.

      Nell’ambito italiano, il differenziale tra i tassi di interesse dei nostri titoli di Stato e quello dei bund tedeschi  è talmente elevato, da far pensare ad una raccolta, da parte del M.E.F. – Tesoro – consistente, da qui a fine anno, per evitare che lo Stato metta in vendita sia il proprio che il nostro patrimonio (contribuenti investitori).

      La prima cosa da evitare è di consegnare il nostro Paese nelle mani della speculazione, dimostrando ai mercati e agli investitori, che il nostro, è un Paese tutt’altro che fragile e ancorché oppresso dal forte indebitamento e da una flebile crescita, è unito politicamente e quindi saldo nei suoi fondamentali.

      E’ di questi giorni il messaggio unitario lanciato, dalle forze imprenditoriali e dal sindacato, di una forte discontinuità in politica economica, con un cambio di direzione politica.

      E oggi, più che mai, c’è l’esigenza di essere rappresentati in modo autorevole per evitare che la speculazione abbia il sopravvento.

      Siamo in una situazione, l’attuale,  dove la questione morale è diventata l’elemento centrale della vita quotidiana.  La caduta palese e diretta di stile, di etica, di moralità è un segnale negativo di fronte all’opinione pubblica italiana e mondiale, e la testimonianza più eclatante è rappresentata dall’iniziativa giornaliera della magistratura inquirente ma anche di quella indagante: in Italia abbiamo la nuova inchiesta P 4, le sempre presenti querelle del Presidente del Consiglio, del ministro Romano, dell’on. Milanese, del ministro Tremonti, del giudice Capaldo, dell’ex Capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, gen. Michele Adinolfi. Sul fronte dell’opposizione il caso Penati, con le reazioni dure da parte del PD e l’autosospensione dagli incarichi di partito.

      Rimane sempre vivo, il messaggio/monito lanciato da Enrico Berlinguer sulla questione morale e ricordo l’intervista del 28 luglio 1981, rilasciata al quotidiano “La Repubblica”, dove  denunciò apertamente l’«occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti». Ora se traslatiamo quel pensiero nel contemporaneo, si può certamente affermare che il tema, non solo sia molto attuale, ma soprattutto, se non affrontato tempestivamente, possa minare l’attendibilità dello Stato, già indebolito dalla precaria situazione economica interna, e già preda della speculazione.

      Serve, quindi, un cambio di passo per dare maggior incisività all’azione del governo sull’economia.

      Ma per far questo, serve anche un esecutivo all’altezza del compito, dando autorevolezza e prestigio alla gestione del compito da affrontare.

      Solo attraverso una nuova aggregazione, in grado di anteporre il nostro Paese alle singole idealità (ammesso che si possa ancora parlare di idealità), e in grado di apportare quelle modifiche alla manovra da 47 miliardi, appena approvata. Allora e solo allora, potremo parlare di rimettere in gioco il nostro sistema.

      Se si deve spingere l’economia a una crescita reale immediata e di lungo respiro, è opportuno tutelare le fasce più deboli economicamente, anche per garantire continuità ai consumi.

      Nell’attuale situazione, assistiamo al progressivo ridimensionamento della middle class – new low, al suo progressivo impoverimento, e alla lenta ma costante scomparsa,  per aggregarsi, economicamente, alle classi più povere e con meno risorse finanziarie.

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    • IL DEBITO ITALIANO E IL POSSIBILE DECLASSAMENTO

      E’ di venerdì sera la notizia che Moody’s stia pensando a un declassamento dell‘Italia.

      Le motivazioni che sottendono  al downgrade, sono collegate all’elevato indebitamento, all’incapacità di presentare una manovra finanziaria all’altezza della situazione tesa ad affrontarlo e ridurlo notevolmente, riducendo le notevoli criticità economiche cui versa il nostro Paese, ad una crescita debole anche rispetto agli altri partners europei la cui causa principale è da imputare allo scarso impegno politico nella deregolamentazione del mercato del lavoro e all’avvio di un programma di riforme che favoriscano la produttività, ad una contesto internazionale contrastante.

      Inoltre l’imminente aumento dei tassi di interesse e le criticità, sempre maggiori, derivanti dalla precaria situazione finanziaria di alcuni Paesi europei, Grecia in primis, presentano quadro del nostro Paese, allarmante o quantomeno, di significativa preoccupazione. 

      Un’ipotesi di annuncio di revisione al ribasso del rating, da parte di un’agenzia, che il 21 maggio scorso aveva criticato Standard & Poor’s per la valutazione negativa sull’outlook Italia, l’indicatore di stima sulle prospettive economiche, significa che il nostro Paese è monitorato costantemente e che le perplessità sulla credibilità che la politica possa governare una situazione delicata, volta alla riduzione del nostro debito pubblico e puntare al pareggio di bilancio nel 2014, sono altrettanto fondate.

      La valutazione ovvero il “review for possible downgrade” di Moody’s sulla capacità dell’Italia di mantenere il rating nella classe “Aa2”, comporterà un’attesa di 90 giorni.  

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    • POCHE IDEE CON SCAMPOLI DI FINE PRIMAVERA

      Sono felice per il nostro governatore M. Draghi e lo sono, altresì, per il ruolo che andrà ad assumere alla guida della Banca Centrale Europea, anche se perderemo un bravo economista che non potrà più svolgere quel ruolo di pungolo, di stimolo, a livello locale, verso i nostri governanti e verso noi stessi, suoi attenti lettori.

      M. Draghi lascia dopo un periodo di cinque anni ricordando, nel suo ultimo intervento, lo stato di necessità della nostra economia.

      Ripropone, nel suo discorso, quanto sia urgente che il governo vari una manovra di struttura perché si deve tornare a crescere. E perché ciò accada, è necessario fare dei tagli alla spesa e che il fisco sia meno pesante per le famiglie e le imprese.

      La domanda che correntemente, la nostra generazione continua a porsi è: quale Paese lasceremo ai nostri figli?

      La preoccupazione principale va alla stentata crescita. Prendiamo in considerazione i dati diffusi dall’Istat alla Camera dei deputati, per capire l’urgenza di alcune scelte: dal 2001 al 2010 il nostro Paese presenta una performance di crescita, peggiore tra tutti i paesi dell’Unione europea. L’Istat ha definito l’Italia il “fanalino di coda nell’Ue per la crescita”, con un tasso medio annuo di appena lo 0,2 per cento contro l’1,3 registrato dall’Ue e l’1,1 dell’Uem.

      Nel documento si legge che ”la crisi ha portato indietro le lancette della crescita di ben 35 trimestri, quasi dieci anni”, e l’attuale “moderata ripresa” ne ha fatti recuperare ancora solo tredici.

      Anche l’inflazione continua a crescere: nella media dell’anno scorso l’aumento è stato dell’1,5 per cento, sette decimi di punto in più rispetto al 2009. Nell’anno in corso la tendenza sembra restare in rialzo. Per l’Istat, nei primi mesi del 2011, fino ad aprile, il tasso d’inflazione è aumentato al 2,6 per cento. Un terzo della risalita, secondo l’istituto, è dovuto alla sola componente energetica. Unica nota positiva contenuta nel rapporto: “A differenza di molte economie europee”, l’Italia non ha avuto bisogno durante la crisi “d’interventi di salvataggio del sistema finanziario”. La situazione economica ha portato un italiano su quattro - il 24,7 per cento della popolazione, circa 15 milioni di persone - a “sperimentare il rischio di povertà o di esclusione sociale”. Un valore superiore alla media europea, che è del 23,1 per cento. Così una famiglia italiana su dieci è in arretrato nei pagamenti del mutuo o delle bollette, e quattro su dieci non si possono permettere una settimana di vacanza lontano da casa.

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    • IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO, UNA RIPRESA TROPPO LENTA: PIU’ RIFORME E MENO PAROLE

      E’ di recente la comunicazione dell’OCSE di mettere sotto osservazione il debito italiano. In relazione a quanto apparso sulla stampa, l’OCSE ha rivisto la sua stima, che nel nostro Paese dovrebbe salire dal 119,1% del 2010 al 121,1% del 2011, per tornare a scendere nel 2012, la cui stima prevista è pari al 120,5%. Inoltre L’OCSE ha rivisto anche la stima del rapporto deficit/Pil, che dovrebbe attestarsi al 3,9% nel 2011 e al 2,6% il prossimo esercizio. Infine l’inflazione dovrebbe accelerare al punto che, prevede un tasso di crescita dei prezzi del 2,4% per l’esercizio in corso, dell’1,6% per il 2011, con una riduzione del tasso di crescita nel 2012 attestandola attorno all’1,7%. Di fronte ad un simile quadro economico che donata la debole crescita italiana rispetto agli altri Paesi europei e l’incertezza di riforme strutturali, Standard & Poor’s lascia invariato il rating ad A+ ma taglia l’outlook da stabile a negativo. Nel rapporto dell’OCSE si legge che in Italia la capacità di ripresa è lenta e il suo miglioramento appare incerto. In questa situazione sarebbe opportuno rafforzare la crescita considerando la sua difficoltà, manifestata nel periodo ante crisi. Quindi, le priorità sono essenzialmente due: avviare una politica di riforme strutturali, propedeutiche a uno sviluppo più sostenuto; realizzare una politica fiscale compatibile con il periodo di crisi, determinando gettiti certi mediante aliquote tese a far emergere il sommerso. Come indica l’OCSE, le politiche fiscali devono avere l’obiettivo del “consolidamento nel breve periodo per garantire la sostenibilità nel lungo”. Ed è questa la ricetta per riportare, tra il 2013-2014, il PIL italiano ai livelli pre-crisi. Come già indicato dal governatore della Banca d’Italia M. Draghi, le politiche strutturali e riformatrici, con una riduzione della pressione fiscale, attraverso anche la riforma tributaria divenuta, ormai improrogabile, devono essere i punti fermi per una nuova politica di sviluppo. Il tutto accompagnato dal completamento delle politiche di liberalizzazione anche nel settore nei servizi pubblici locali e trasporti.

      Un altro aspetto prioritario è che la pubblica amministrazione sia strutturata sulla base dei costi standard, in luogo della spesa storica, con un livello di efficienza tale da ridurre i tempi di attesa i cui costi gravano esclusivamente sul contribuente. Sotto questo profilo, è arcinoto come uno degli elementi di maggiore criticità sia rappresentato dal difficile e costoso rapporto con la pubblica amministrazione. A tal proposito si deve ricordare che il tessuto economico del nostro Paese è rappresentato per il 95% dalla piccola e media impresa, che assorbe circa l’80% dell’occupazione e  concorre a realizzare il 70% della ricchezza nazionale. Purtroppo, invece di stimolare questo intero comparto con incentivi e agevolazioni, garantendo il giusto equilibrio costi sostenuti e tassazione adeguata, assistiamo a una sempre più marcata “aggressione” che comporta carichi e dispendi di energie notevoli.

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